
In memoria del professore Giancarlo Dal Pozzo
16/09/2026
È andato via in punta di piedi, ma mi ha lasciato l’insegnamento del suo ingegno.
Colto, sornione, fuori dal coro.
Non voglio parlare del Grande Neuroradiologo, che tutti noi conosciamo, ma dell’Uomo.
Ricordare la mia amicizia con Giancarlo è come ripercorrere una larga parte della mia vita.
Perché col nostro affetto e la nostra amicizia abbiamo percorso insieme le tante vie che portavano all’intelligenza, a rendersi conto del mondo, a immaginare un percorso alternativo, e a credere in un’impresa.
Ed è questa la parola che inquadra Giancarlo: l’impresa.
Lui era un uomo che non immaginava l’impossibilità di raggiungere un traguardo. Era colui che al primo comparire dei sintomi extrapiramidali decise di imparare a suonare il pianoforte, decise di imparare il pugilato, e portò il pianoforte e il sacco nelle sue stanze in villa.
L’identificarsi col Vasari, aretino come lui…, non fu un atto di superbia, ma il raggiungimento di un rapporto personale, lui scrittore-traduttore di un’opera omnia compiva un’impresa che apriva a tutti il Rinascimento rendendolo accessibile con immagini e lingua.
Introduceva un artista che aveva saputo accomunare le sue capacità pittoriche alla sua grande espressività narrativa e l’opera che Giancarlo produsse ha superato i limiti delle capacità di accettazione da parte di chiunque di dividere chi non conosceva il toscano antico e chi credeva che leggendo in italiano si sarebbe persa la bellezza del testo.
Lui fece come tanti un testo a due facciate, ma poi superò questo passaggio di scarsa necessità e scelse l’allargamento della cultura.
Io, che per primo ero stato stimolato da lui a leggerlo, avevo trovato tante difficoltà e quando lui pubblicò io fui felice e mi immersi in quel mondo parallelo nel quale rifugiarsi nei momenti di apnea culturale, e in quella situazione di benessere intellettuale che da allora popola i miei pensieri, riempie le mie giornate, e influisce i miei ascolti.
E poi una vita vissuta a tessere discorsi a San Vigilio guardando il fuoco, seduti nei bar dei vicoli di Ischia a consumare idee, sdraiati in accappatoio nei frigidarium dopo le abluzioni nelle terme di Villa Serena e dovunque, a inerpicarci lungo i sentieri del Parco nazionale di Abruzzo volendo non riconoscere la scoperta dell’impedimento nel camminare che in quei giorni cominciava a manifestarsi.
Narrare di tutti gli episodi della nostra amicizia fraterna (io lo riconosco come il maggiore) richiederebbe un libro che forse scriverò…
Voglio inciampare nei miei ricordi per tenerlo accanto.
Quando si volle presentare come candidato alla presidenza della nostra Società, lui pubblicò una foto col suo sorriso chiaro e aggiunse una frase: “Why me?”. Questa frase lo rappresentava: Giancarlo era un grande Neuroradiologo che aveva saputo diffondere il verbo con libri e trattati, e organizzare corsi didattici che hanno formato generazioni di giovani che come tanti di noi sono passati dall’ascolto dei grandi a diffondere dal proscenio le loro conoscenze, ma sempre regolamentate dalla sua presenza e dalla sua ispirazione.
“Why me?” era anche la frase che lo raccontava: si può portare la bellezza di una persona anche all’interno di una società scientifica che discuteva di cavilli burocratici, di distinguo culturali, di necessità amministrative. Nei suoi tentativi di umanizzare i rapporti troppo sussiegosi e alchimistici lui ci inciampò come poteva accadere in uno di questi eventi, e purtroppo la sua ironica schiettezza che non prevedeva il male fu considerato un vulnus.
Una sera camminavamo lungo le strade di San Vigilio alla ricerca di un posto dove bere qualcosa e come in un quadro di Hopper si presentò l’unico bar illuminato nel silenzio addolcito dalla neve. Entrammo pertanto: vicino al bancone troneggiava un pianoforte, e lì scattò la nostra voglia di far colonna sonora al sorseggiare degli amari e chiedemmo a chi doveva essere il pianista di suonarci una canzone da cantare insieme. Lui di italiano conosceva soltanto “Marina, marina, marina ti voglio al più presto sposar….” che intonò, ma noi volevamo una canzone napoletana e Giancarlo chiese: conosci Reginella, e alla faccia stupita e interrogativa del pianista tradusse “Eine Kleine Reghinellen. ” Al nuovo diniego costringemmo Fabio Triulzi a sedersi alla tastiera che ci accompagnò a cantare a squarciagola. Il pianista guardava stupito, quello che poi sarebbe stato il tono musicale distintivo della nostra Società.
Un giorno a Roma Massimo Gallucci ed io insieme a Mimma e Bianca decidemmo di iniziare a fare corsi di Neuroradiologia in giro per l’Italia per aumentare gli adepti, per diffondere il verbo, chè non bastavano soltanto libri, ma che ci volevano persone e discorsi perché noi non volevamo soltanto la didattica della Neuroradiologia ma la neuroradiologia come luogo di incontro e di discussioni anche d’altro, una formazione a tutto tondo. Il prototipo fu l’incontro organizzato da Giancarlo a Firenze, la cui immagine del manifesto scelta da Giancarlo fu la foto dell’impresa di Gino Bartali al Giro d’Italia: in quell’immagine si racchiudeva tutta la difficoltà dell’impresa ma anche il compimento della stessa, che ci guidò poi dovunque in tutta Italia, per tanto tempo, con tante persone, tanti allievi che diventarono relatori, tanti incontri e tante cantate di Reginella.
Giancarlo organizzò a Firenze un congresso nazionale: la cerimonia d’apertura fu nella sala dei Cinquecento del Palazzo Vecchio: un luogo sacro per il Rinascimento, e lui come cerimonia d’apertura invitò il professor Ruggiero a parlare della diversità dei Neuroradiologi e me come appoggio a parlare della civiltà indiana pellerossa. Quando me lo comunicò, ridacchiava sornione perché sapeva di aver fatto una fusione a freddo, cercando di superare i titoli e i discorsi per passare la nostra identità diversa.
Un’altra volta vide una bella foto che avevamo fatto con lui, con Sossio e me al bordo della piscina della sua villa. In quella foto noi vestivamo tutti e tre camicie a fiori che in uno dei soliti viaggi paralleli alle attività didattiche avevamo comprato per tutti e tre. A distanza di tempo ci mandò un quadro-manifesto che era stato fatto da un suo conoscente-amico che si chiamava Silvano “Nano” Campeggi, il più famoso “cartellonista” dei manifesti cinematografici degli anni 40-60 : una vera delizia e un’altra impresa.
Un giorno a Oxford passeggiavamo col professor Ruggiero in una strada acciottolata e lui a un tratto si fermò, guardò Giancarlo e disse: “Professore, le sue scarpe cigolano ( il cuoio non era buono NDR), le do l’indirizzo del mio Mastro Calzolaio a Londra in st. James street: se le faccia fare su misura…. , Giancarlo non era avaro, ma sicuramente molto attento a spendere… e quando effettivamente andammo là, dopo aver sentito il prezzo, venne fuori con una frase del tipo “torno con mia madre”…
Lui adorava Sossio che lo ricambiava con grande affetto e che lo chiamava Verzitiello in quell’idioma napoletano che riassume in una parola storie e atteggiamenti: quel suo cercare un colpo di classe o un indumento raffinato ed estroso, o un taglio di capelli sbarazzino, o una frase scherzosamente allusiva.
E i suoi quadri, i suoi quadri. Alcuni li comprava da un improbabile artista naif fiorentino, Emilio Malenotti forse? ed era costretto a appenderli sotto lo sguardo vigile di Maria Cristina in posti improbabili nella sua casa: ricordo il quadro del Passaggio del Giro d’Italia appeso su un passavivande in cucina… e si vantava di avergli commissionato e ottenuto un ex-voto raffigurante la sua caduta da un albero in giardino senza conseguenze. Noi lo dileggiavamo non credendo alla sua capacità di scopritore di talenti, finché una volta Gianni Sirabella scoprì per strada il manifesto di una mostra del Malenotti…
Le riunioni del consiglio direttivo quando era lui Presidente erano nello studio della Cristina: lui arrivava con una “cartata” di finocchiona che comprava dalla salumeria lungo il cammino, e che era parte del pranzo frugale a metà dei lavori. Il suo “profumo” pervadeva la stanza provenendo dal cucinino, e rendeva più sobria la discussione finché Marco Leonardi ben prima della fatidica ora di pranzo non si alzava ed inseguendo l’odore non portava a termine la sua “caccia” e iniziava con buona pace per tutti e incolpavano Giancarlo per il tranello olfattivo… pur se soddisfatti.
Eravamo nella casa ad Arezzo e lui mostrava l’Arno che giaceva lì sotto e citava a memoria il verso di Dante contro gli Aretini come lui “Botoli trova poi, venendo giuso, ringhiosi più che non chiede loro possa, e da loro disdegnoso torce il muso,.” E gongolava al pensiero di essere nella Divina Commedia pur se nemico.
Questo è Giancarlo giocoso, attento, colto a tutto tondo senza essere saccente, sempre presente.
La sua casa è il racconto della sua vita. In ogni dove un oggetto, un racconto, un fermo immagine, un pretesto per ricordare, e il bene che voleva alla sua famiglia, e come si scioglieva con i nipoti…
Tanti ricordi, tante immagini, tanto Giancarlo.
Mi è stato strappato un pezzo di me.
Cosma (detto Mino) Andreula

