
Messaggio del Presidente AINR Nicoletta Anzalone, 8 luglio 2026
08/07/2026
In ricordo del Professor Ugo Salvolini
25/08/2026
«Io iniziai le elementari come privatista perché avevo 4 anni; passai alla scuola pubblica in terza elementare: 6 in condotta il primo trimestre e 7 in condotta il secondo trimestre».
Iniziava così una breve sintesi biografica che Ugo Salvolini mi aveva inviato nei primi giorni di novembre 2019, per aiutarmi a preparare la presentazione della sua vita e della sua carriera in occasione dell’ennesimo riconoscimento che gli sarebbe stato conferito poche settimane dopo ad Ancona. Mi piace ripartire oggi proprio da quelle parole, perché vi ritrovo già molti dei tratti che hanno caratterizzato Ugo per tutta la vita: l’ironia, la precocità, il dinamismo, la determinazione, la curiosità, la creatività e quel suo particolare modo di guardare avanti, spesso prima degli altri.
Nelle poche pagine che mi aveva inviato raccontava le solide radici familiari nella medicina — il nonno Urbano medico condotto, il padre Ubaldo radiologo —, gli anni piuttosto spartani da studente di Medicina a Roma, persino un breve praticantato come «tecnico di radiologia», e poi le tappe di una carriera scientifica e accademica straordinaria. Ma soprattutto tornava su quello che fu uno dei momenti decisivi non soltanto della sua vita professionale, ma della storia della neuroradiologia italiana: l’arrivo della tomografia computerizzata.
Ugo ricordava con precisione un giorno particolare: il 24 agosto 1972, durante il Congresso dell’European Society of Neuroradiology a Bologna, presieduto da Giovanni Ruggiero. Nel programma era stato aggiunto l’annuncio che James Bull avrebbe presentato una nuova tecnica capace di visualizzare i tessuti molli intracranici: la TAC dell’encefalo. Ugo ne intuì immediatamente la portata. Alla fine della presentazione chiese a Bull di metterlo in contatto con la EMI e pochi giorni più tardi scrisse direttamente all’azienda per ricevere informazioni e materiale tecnico.
Da quel momento iniziò una corsa che oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, racconta forse meglio di qualunque curriculum chi fosse Ugo Salvolini. Aveva poco più di trent’anni, ma comprese che quella tecnologia avrebbe cambiato la medicina. Capì anche, molto pragmaticamente, che non avrebbe potuto portare avanti da solo il progetto di dotarne Ancona. Coinvolse quindi radiologi (Prof. Amici), neurologi (Prof. Angeleri), neurochirurghi (Prof. Papo), amministratori e politici locali; cercò finanziamenti, costruì alleanze, trovò soluzioni allora del tutto innovative.
Anche le circostanze ebbero un ruolo. Il terremoto che aveva colpito Ancona nel 1972 aveva causato importanti danni all’ospedale e una parte dei finanziamenti per la ricostruzione poté essere destinata alla riorganizzazione della Neuroradiologia. Per acquistare la TAC fu poi escogitata con la Cassa di Risparmio una forma di leasing assolutamente inusuale per un’apparecchiatura sanitaria. L’ordine partì nel dicembre 1974 e nel 1975 Ancona ebbe una delle primissime TAC installate in Italia, precisamente la seconda, dopo quella di Bologna, installata pochi mesi prima.
In questa vicenda c’è già tutto Ugo: il visionario e il pragmatico, l’entusiasta e l’organizzatore, la capacità di anticipare il futuro e, contemporaneamente, quella di trovare il modo concreto per trasformare un’idea in realtà.
La sua carriera avrebbe poi confermato quelle premesse. Laureato in Medicina e Chirurgia a Roma nel 1965 con 110 e lode, specialista in Radiologia e successivamente in Oncologia, fu primario di Neuroradiologia ad Ancona, poi professore associato e infine professore ordinario. Fu Presidente dell’European Society of Neuroradiology dal 1993 al 1996 e dell’Associazione Italiana di Neuroradiologia dal 2004 al 2006. Nel 2011 ricevette un ulteriore prestigioso riconoscimento con la nomina a membro dell’Académie Nationale de Médecine de France. Alle centinaia di pubblicazioni scientifiche si affiancarono libri che hanno contribuito alla formazione di generazioni di neuroradiologi. Fra questi non posso non ricordare Neuroradiologia, scritto con Mario Lenzi e con la collaborazione di Giancarlo Canossi e pubblicato da Minerva Medica nel 1978: un libro sul quale io stesso ho studiato e imparato la neuroradiologia.
Eppure, ripensando oggi a Ugo, credo che il suo contributo non possa essere misurato soltanto attraverso pubblicazioni, libri, titoli accademici o incarichi societari. Una caratteristica fondamentale della sua vita professionale fu infatti la dimensione profondamente europea della sua visione. Giovanissimo entrò in contatto con la grande scuola neuroradiologica francese e negli anni costruì rapporti scientifici, professionali e personali con molti dei protagonisti della neuroradiologia mondiale, fra cui Metzger, Wackenheim, Djindjian, Fischgold, Jeanmart, Balériaux, Vignaud, Manelfe, Cabanis, Bonneville, Vezina, Lasjaunias, Appel, Newton, Harwood-Nash, Di Chiro… Alcuni di questi rapporti divennero amicizie profonde e durature.
Particolarmente importante fu il sodalizio con Pierre Lasjaunias, Claude Manelfe e Danielle Balériaux. Da quella comunità di idee e di persone nacquero gli European Courses in Neuroradiology: il primo si svolse a Tolosa nel settembre 1984, il secondo ad Ancona l’anno successivo. Quei corsi rappresentarono qualcosa di più di una brillante iniziativa educativa. Nascevano dalla convinzione che la neuroradiologia dovesse avere una propria identità culturale, scientifica e professionale e che fosse necessario costruire in Europa un percorso formativo specifico e condiviso. A distanza di oltre quarant’anni, la vitalità dell’European Course in Neuroradiology e la sua capacità di formare generazioni di giovani provenienti da tutto il mondo testimoniano quanto quella intuizione fosse lungimirante.
Ugo fu sempre un convinto sostenitore dell’identità della neuroradiologia. Negli anni in cui si discuteva animatamente del suo rapporto con la radiologia, la neurologia e le altre neuroscienze, difese con fermezza la specificità della nostra disciplina, riconoscendone al tempo stesso le doppie radici neurologiche e radiologiche. Lo faceva con convinzione, ma anche con una notevole capacità di ascolto e di mediazione.
Era del resto difficile limitare con Ugo le conversazioni alla sola medicina. Si poteva parlare della professione e della ricerca, naturalmente, ma anche della società, della politica, della storia, della religione, del futuro e, inevitabilmente, del senso della nostra esistenza. Su molte cose avevamo idee differenti; proprio per questo le nostre discussioni potevano essere lunghe, appassionate e divertenti. Ed è forse questo uno degli aspetti che oggi mi manca maggiormente.
La scomparsa di Ugo lascia un grande vuoto nella neuroradiologia italiana ed europea. La sua vita professionale ha attraversato e, in alcuni momenti, contribuito direttamente a determinare una trasformazione straordinaria della nostra disciplina: dalla pneumoencefalografia e dall’angiografia diagnostica all’avvento della TAC, della risonanza magnetica e alla neuroradiologia contemporanea. Ma per chi lo ha conosciuto resta soprattutto il ricordo dell’uomo. Quando scompare un amico con il quale si è condivisa una parte così lunga della propria vita, inevitabilmente si torna a riflettere sulla fragilità di questo bene straordinario che ci è stato concesso.
Ho scritto altre volte che la vita ha senso nella misura in cui riusciamo a darle un senso, con gli altri e per gli altri. E credo che non conti soltanto ciò che viviamo nel presente, ma anche le tracce che riusciamo a lasciare. Quelle tracce continuano a esistere finché qualcuno le conserva e le restituisce attraverso il ricordo. La memoria è forse uno degli aspetti più straordinari e misteriosi della nostra esistenza, un bene secondo soltanto alla capacità di amare; e l’amore stesso, in fondo, continua a vivere attraverso la memoria.
Ciao, caro Ugo. E grazie per avermi ancora una volta, anche attraverso queste pagine, costretto — e concesso — di passare qualche ora insieme a te.
Giuseppe Scotti
